Biografia

La prima guerra mondiale ed oltre

Procedendo con il nostro excursus storico, nel frattempo la guerra strazia l’Europa,  e molti artisti non vi rimangono insensibili.

Come è noto, nel luglio del 1914 scoppia l prima guerra mondiale, ma l’Italia, pur avendo stretto un patto di alleanza con Austria e Germania (la Triplice Alleanza) rimane neutrale. Inizia allora in tutto il paese una doppia campagna: da una parte chi vorrebbe rimanere per sempre neutrale e pacifista, e dall’altra chi vorrebbe intervenire però contro l’Austria, allo scopo di liberare Trento e Trieste, all’epoca ancora austriache. I futuristi divengono i capofila di questa fazione, denominata interventismo, con una campagna durissima, nelle piazze e a mezzo stampa con il giornale “Lacerba”, che dopo oltre nove mesi porta all’ingresso in guerra dell’Italia contro l’Austria.

Procedendo con il nostro excursus storico, nel frattempo la guerra strazia l’Europa,  e molti artisti non vi rimangono insensibili.

Come è noto, nel luglio del 1914 scoppia l prima guerra mondiale, ma l’Italia, pur avendo stretto un patto di alleanza con Austria e Germania (la Triplice Alleanza) rimane neutrale. Inizia allora in tutto il paese una doppia campagna: da una parte chi vorrebbe rimanere per sempre neutrale e pacifista, e dall’altra chi vorrebbe intervenire però contro l’Austria, allo scopo di liberare Trento e Trieste, all’epoca ancora austriache. I futuristi divengono i capofila di questa fazione, denominata interventismo, con una campagna durissima, nelle piazze e a mezzo stampa con il giornale “Lacerba”, che dopo oltre nove mesi porta all’ingresso in guerra dell’Italia contro l’Austria.

I toni sono accesi, e portati all’estremo, come appunto nel manifesto a firma di Marinetti titolato Per la guerra, sola igiene del mondo, dell’agosto 1914, che poi, dopo la seconda guerra mondiale, diverrà uno dei principali punti di accusa contro il Futurismo. In realtà il manifesto, come altri, non va inteso nel senso ‘letterale’, ma in quello ‘letterario’, cioè come un’iperbole che Marinetti lanciava per auspicare ed incitare l’entrata in guerra, e in particolare contro il nemico, identificato nell’Austria.

Bisogna, per chiudere quest’introduzione, ricordare che in appoggio alla guerra non furono solo i futuristi ma gran parte del mondo culturale ed intellettuale italiano dell’epoca. La cruda realtà della guerra, poi, fece ricredere la gran parte, fra i quali anche molti futuristi.

Baldessari in quei momenti era da poco giunto a Firenze, da Venezia, con tutta la famiglia, fuggita da Rovereto che si era ritrovato sul fronte… in prima linea. Dai racconti che aveva sentito non gli passò nemmeno per la mente di arruolarsi… Aveva già capito che sarebbe stata una carneficina.

Baldessari rimane comunque in contatto con amici trentini, che gli raccontano via via quello che accade sul territorio, il che fa si che ad un certo punto, nella sua arte, il tema della guerra inizi ad insinuarsi. Ma non si tratta, la sua, di una visione eroica, appunto guerresca, bensì una visione tragica, e sociale, di quanto accade al fronte, come si può vedere, ad esempio, in Treno dei feriti, del 1918, che introduce una ‘meditazione umana’ sul tema della guerra futurista, e che certo prende le distanze dagli scoppiettanti proclami interventisti del Futurismo ortodosso, avvicinandosi piuttosto ad una revisione ideologico-sociale che trova riscontro in un acceso ‘sfogo’ di Rosai, e che il futurista roveretano ricorda nei suoi scritti autobiografici.

I toni sono accesi, e portati all’estremo, come appunto nel manifesto a firma di Marinetti titolato Per la guerra, sola igiene del mondo, dell’agosto 1914, che poi, dopo la seconda guerra mondiale, diverrà uno dei principali punti di accusa contro il Futurismo. In realtà il manifesto, come altri, non va inteso nel senso ‘letterale’, ma in quello ‘letterario’, cioè come un’iperbole che Marinetti lanciava per auspicare ed incitare l’entrata in guerra, e in particolare contro il nemico, identificato nell’Austria.

Bisogna, per chiudere quest’introduzione, ricordare che in appoggio alla guerra non furono solo i futuristi ma gran parte del mondo culturale ed intellettuale italiano dell’epoca. La cruda realtà della guerra, poi, fece ricredere la gran parte, fra i quali anche molti futuristi.

Baldessari in quei momenti era da poco giunto a Firenze, da Venezia, con tutta la famiglia, fuggita da Rovereto che si era ritrovato sul fronte… in prima linea. Dai racconti che aveva sentito non gli passò nemmeno per la mente di arruolarsi… Aveva già capito che sarebbe stata una carneficina.

Baldessari rimane comunque in contatto con amici trentini, che gli raccontano via via quello che accade sul territorio, il che fa si che ad un certo punto, nella sua arte, il tema della guerra inizi ad insinuarsi. Ma non si tratta, la sua, di una visione eroica, appunto guerresca, bensì una visione tragica, e sociale, di quanto accade al fronte, come si può vedere, ad esempio, in Treno dei feriti, del 1918, che introduce una ‘meditazione umana’ sul tema della guerra futurista, e che certo prende le distanze dagli scoppiettanti proclami interventisti del Futurismo ortodosso, avvicinandosi piuttosto ad una revisione ideologico-sociale che trova riscontro in un acceso ‘sfogo’ di Rosai, e che il futurista roveretano ricorda nei suoi scritti autobiografici.

Baldessari dal 1917 era a Padova per sostituire un parente (partito volontario per la guerra) alla direzione di una fabbrica, e Rosai, pure lui arruolato, si fermò a Padova per fargli una visita. Poi, dopo qualche giorno, Baldessari lo accompagnò alla stazione, in partenza per il fronte, e Rosai gli raccontò di avere ucciso un soldato-pittore, mostrandogli pure un piccolo bloc-notes fitto di scritte e di disegni:

«Leggi, tu che sai il tedesco – gli disse porgendoglielo – Capisci ? Voglio mandarlo ai suoi dopo la guerra, voglio dir loro che non ne ho colpa. È venuto giù come una valanga, non potevo scansarlo neanche a volerlo… capisci? Ed era un pittore come noi, un fratello! Capisci? Ed ora devo ritornare lassù ad ammazzare altri fratelli…! Capisci?… Porca guerra sporca!».

Per Baldessari fu l’inizio di una sorta di incrinatura, una falla nel sistema che modificò i suoi rapporti con l’ortodossia futurista.

Di lì a poco l’artista si trovò di fronte agli ovvi esiti linguistici del Futurismo fiorentino che, esaurito il suo percorso analitico, si volse decisamente alla rimeditazione di Cézanne (la cosiddetta crisi figurativa neo-cézanniana) e quindi si avviò ad una greve ricostruzione plastica che con il nuovo decennio si avvicinò alla poetica di  Novecento, ad un ritorno al rigore, al primitivismo, a quell’ordine, appunto, che ha caratterizzato un po’ in tutta Europa il generale ripiegamento dell’arte del primo dopoguerra verso un’ambito più rassicurante, dopo i furori delle avanguardie. E quel vento di revisione, che soffiò sull’Europa artistica, trasformò ansie e furori delle avanguardie in angosce esistenziali, nella ricerca di un punto fermo, di un riferimento, che fu identificato nel ‘ritorno al mestiere’, ad una solida progettualità.Così si guardò a Giotto, a Paolo Uccello, a Piero della Francesca… e nel 1916 Picasso, dopo aver frantumato ogni ordine nell’immagine, si recò in ‘pellegrinaggio’, a Pompei alla riscoperta del Classicismo. Nel febbraio del 1919, alla Galleria Bragaglia di Roma, Giorgio de Chirico con i suoi manichini metafisici scuote il quartier generale del Futurismo. Baldessari non sta a guardare… Ma è, questa, una via che Baldessari a differenza di tanti, percorse con alterne vicende, e con bruschi scarti di direzione che comportarono una precisa svolta linguistica, proprio grazie al suo continuo viaggiare che lo pose a contatto con la più colta cultura europea.

Baldessari dal 1917 era a Padova per sostituire un parente (partito volontario per la guerra) alla direzione di una fabbrica, e Rosai, pure lui arruolato, si fermò a Padova per fargli una visita. Poi, dopo qualche giorno, Baldessari lo accompagnò alla stazione, in partenza per il fronte, e Rosai gli raccontò di avere ucciso un soldato-pittore, mostrandogli pure un piccolo bloc-notes fitto di scritte e di disegni:

«Leggi, tu che sai il tedesco – gli disse porgendoglielo – Capisci ? Voglio mandarlo ai suoi dopo la guerra, voglio dir loro che non ne ho colpa. È venuto giù come una valanga, non potevo scansarlo neanche a volerlo… capisci? Ed era un pittore come noi, un fratello! Capisci? Ed ora devo ritornare lassù ad ammazzare altri fratelli…! Capisci?… Porca guerra sporca!».

Per Baldessari fu l’inizio di una sorta di incrinatura, una falla nel sistema che modificò i suoi rapporti con l’ortodossia futurista.

Di lì a poco l’artista si trovò di fronte agli ovvi esiti linguistici del Futurismo fiorentino che, esaurito il suo percorso analitico, si volse decisamente alla rimeditazione di Cézanne (la cosiddetta crisi figurativa neo-cézanniana) e quindi si avviò ad una greve ricostruzione plastica che con il nuovo decennio si avvicinò alla poetica di  Novecento, ad un ritorno al rigore, al primitivismo, a quell’ordine, appunto, che ha caratterizzato un po’ in tutta Europa il generale ripiegamento dell’arte del primo dopoguerra verso un’ambito più rassicurante, dopo i furori delle avanguardie. E quel vento di revisione, che soffiò sull’Europa artistica, trasformò ansie e furori delle avanguardie in angosce esistenziali, nella ricerca di un punto fermo, di un riferimento, che fu identificato nel ‘ritorno al mestiere’, ad una solida progettualità.Così si guardò a Giotto, a Paolo Uccello, a Piero della Francesca… e nel 1916 Picasso, dopo aver frantumato ogni ordine nell’immagine, si recò in ‘pellegrinaggio’, a Pompei alla riscoperta del Classicismo. Nel febbraio del 1919, alla Galleria Bragaglia di Roma, Giorgio de Chirico con i suoi manichini metafisici scuote il quartier generale del Futurismo. Baldessari non sta a guardare… Ma è, questa, una via che Baldessari a differenza di tanti, percorse con alterne vicende, e con bruschi scarti di direzione che comportarono una precisa svolta linguistica, proprio grazie al suo continuo viaggiare che lo pose a contatto con la più colta cultura europea.

Capitolo Precedente

Baldessari in Romagna

Capitolo Successivo

Il dopoguerra. Futurismo e avanguardia