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Tendenze e Avanguardia

Questa galleria, con opere che spaziano in un arco temporale di quasi 20 anni (1916-1935) vuole mostrare (e di-mostrare) l’ampiezza operativa che Baldessari si è concesso al di là dell’ortodossia futurista.

Come si è visto nei capitoli ralativi alla sua vita, ogni volta che Baldessari è venuto a contatto con artisti o movimenti artistici che lo hanno particolarmente impressionato… ebbene egli ha sempre voluto entrare nei meccanismi di questi stili (o del lavoro di questi artisti), innanzitutto per capire le differenze, le vicinanze o le distanze, dal Futurismo, e in secondo luogo per fare sue alcune tecniche o alcuni stilemi che lo avevano particolarmente interessato.

Così, quando nella primavera del 1917 Picasso è in Italia, ed incarica Depero di realizzare alcuni costumi di Parade,  Baldessari (da concittadino di Depero) né è a conoscenza, e vuole approfondire il lavoro di Picasso.  Realizza così un gruppo di opere che sono se non cubiste, quantomeno futur-cubiste, alcune vere e proprie rivisitazioni di opere dell’artista spagnolo. E lo fa non per copiare, che non avrebbe senso perché lo stile è talmente lontano dal suo che certo non le può spacciare per opere di sua creazione,. Lo fa con la stessa modestia dell’allievo che studia il maestro, così come aveva fatto ai suoi inizi con Boccioni e Carrà ed altri (si veda poi Baldessari ed i Maestri). Per apprendere qualcosa di nuovo.

La stessa cosa avviene nel 1922-23, quando approda ad Hannover da Kurt Schwitters, e vi rimane mesi ad aiutarlo a costruire il Merzbau. Come non divenire, in quel momento, in quel preciso momento, anche lui un po’ dadaista ? Ecco allora i suoi collage futur-dadaisti, le sue sculture irriverenti,  e la ballerina in fil di ferro e lamiera che ci fa capire che aveva visto Osklar Schlemmer.

E poi via via la Composizione Rosso-Venezia, del 1924, nata, assieme ad altre opere oggi disperse, a seguito della frequentazione di Vordemberge-Gildewaart, del gruppo degli astratti di Hannover. Con questo dipinto Baldessari è giunto ai limiti delle sue sperimentazioni, ed il passo successivo fu il rientro nel figurativo paesaggistico.

Infine, in coincidenza del suo rientro nel Futurismo, nel 1934, lui diventa aeropittore (si veda nel cap. 6 riguardante La Vita) sia di volo ma anche cosmico, come si può vedere qui, ed essendo poi il suo studio non lontano dalla Galleria Il Milione, occhieggia all’astratto concreto, e poi tenta anche la strada della pubblicità, ma con poca fortuna.

Tutto ciò, a prima vista, può dare l’idea che Baldessari non abbia una strada sua, un suo stile, una sua cifra… Non è assolutamente vero. Qui si parla di due-tre decine di opere a fronte delle centinaia di ortodossamente futuriste, ed anzi ben riconoscibili come di ‘stile Baldessari’.

Quindi, tornando a quanto detto più sopra, si vuole qui dar conto dell’interesse, trasversale, di Baldessari verso le altre avanguardie, cioè di quel suo bere anche ad altre fonti, una pratica che gli ha anche aperto gli occhi, cioè messo di fronte a certi limiti del Futurismo, perlomeno per quanto riguardava la sua visione dell’Arte.

Questa galleria, con opere che spaziano in un arco temporale di quasi 20 anni (1916-1935) vuole mostrare (e di-mostrare) l’ampiezza operativa che Baldessari si è concesso al di là dell’ortodossia futurista.

Come si è visto nei capitoli ralativi alla sua vita, ogni volta che Baldessari è venuto a contatto con artisti o movimenti artistici che lo hanno particolarmente impressionato… ebbene egli ha sempre voluto entrare nei meccanismi di questi stili (o del lavoro di questi artisti), innanzitutto per capire le differenze, le vicinanze o le distanze, dal Futurismo, e in secondo luogo per fare sue alcune tecniche o alcuni stilemi che lo avevano particolarmente interessato.

Così, quando nella primavera del 1917 Picasso è in Italia, ed incarica Depero di realizzare alcuni costumi di Parade,  Baldessari (da concittadino di Depero) né è a conoscenza, e vuole approfondire il lavoro di Picasso.  Realizza così un gruppo di opere che sono se non cubiste, quantomeno futur-cubiste, alcune vere e proprie rivisitazioni di opere dell’artista spagnolo. E lo fa non per copiare, che non avrebbe senso perché lo stile è talmente lontano dal suo che certo non le può spacciare per opere di sua creazione,. Lo fa con la stessa modestia dell’allievo che studia il maestro, così come aveva fatto ai suoi inizi con Boccioni e Carrà ed altri (si veda poi Baldessari ed i Maestri). Per apprendere qualcosa di nuovo.

La stessa cosa avviene nel 1922-23, quando approda ad Hannover da Kurt Schwitters, e vi rimane mesi ad aiutarlo a costruire il Merzbau. Come non divenire, in quel momento, in quel preciso momento, anche lui un po’ dadaista ? Ecco allora i suoi collage futur-dadaisti, le sue sculture irriverenti,  e la ballerina in fil di ferro e lamiera che ci fa capire che aveva visto Osklar Schlemmer.

E poi via via la Composizione Rosso-Venezia, del 1924, nata, assieme ad altre opere oggi disperse, a seguito della frequentazione di Vordemberge-Gildewaart, del gruppo degli astratti di Hannover. Con questo dipinto Baldessari è giunto ai limiti delle sue sperimentazioni, ed il passo successivo fu il rientro nel figurativo paesaggistico.

Infine, in coincidenza del suo rientro nel Futurismo, nel 1934, lui diventa aeropittore (si veda nel cap. 6 riguardante La Vita) sia di volo ma anche cosmico, come si può vedere qui, ed essendo poi il suo studio non lontano dalla Galleria Il Milione, occhieggia all’astratto concreto, e poi tenta anche la strada della pubblicità, ma con poca fortuna.

Tutto ciò, a prima vista, può dare l’idea che Baldessari non abbia una strada sua, un suo stile, una sua cifra… Non è assolutamente vero. Qui si parla di due-tre decine di opere a fronte delle centinaia di ortodossamente futuriste, ed anzi ben riconoscibili come di ‘stile Baldessari’.

Quindi, tornando a quanto detto più sopra, si vuole qui dar conto dell’interesse, trasversale, di Baldessari verso le altre avanguardie, cioè di quel suo bere anche ad altre fonti, una pratica che gli ha anche aperto gli occhi, cioè messo di fronte a certi limiti del Futurismo, perlomeno per quanto riguardava la sua visione dell’Arte.

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