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Un mondo dinamico

Il dinamismo futurista, ovvero l’analisi del movimento, la simultaneità del gesto, ma non solo. Parlando di Futurismo il dinamismo si associa anche all’idolatria della macchina. Marinetti, appunto esclamava che «un automobile lanciato in corsa è più ‘bello’ della Vittoria di Samotracia», dove, come si vede, l’automobile era declinato al maschile, in quanto si riteneva che ‘l’ardire e l’ebbrezza della velocità’ fossero faccende del tutto virili, quindi per soli uomini.

E’ un tema, quello della velocità, soprattutto, ma anche della simultaneità (ad essa correlata) che affascina Baldessari il quale vi si applica con intensità e studia il dinamismo e la visione simultanea a più latitudini, vale a dire non tanto e non solo quelle ovvie, com’è appunto il caso della velocità di un’auto, di un treno o di una bicicletta, ma anche in situazioni impensabili, come ad esempio nel lavoro, con il “movimento” dell’arrotino, oppure andando ad inventarsi il dinamismo della “raccolta delle olive”, appunto generato dallo scuotere dei rami dell’ulivo, o, ancora, si volge al dinamismo dell’azione scenica del circo o a quello del turbinio di un ballo. Ma l’aspetto del dinamismo qui contemplato è propriamente quello correlato alla macchina, in quanto oggetto meccanico, oggetto fatto di ingranaggi e, nella fattispecie, rumoroso.  E questa è, forse, la discriminante per poter comprendere come mai Baldessari abbia dedicato pochissime opere ad automobili e motociclette, ed invece così tante a tram e treni. Si può pensare che Baldessari abbia condiviso in pieno le teorie che Luigi Russolo aveva espresso nel suo manifesto L’arte dei rumori, del 1913, laddove affermava che la colonna sonora del futuro non poteva che essere quella di una civiltà meccanica, dove anche «l’evoluzione della musica è parallela al moltiplicarsi delle macchine». E sempre nello stesso anno, Carlo Carrà aveva firmato il manifesto La pittura dei suoni, rumori e odori, nel quale dava innumerevoli istruzioni operative del come affrontare con l’arte la ‘nuova civiltà delle macchine’.

Per tutto questo, Baldessari si sente più attirato dal treno (che tra l’altro usa spesso) perché appunto unisce all’aspetto meccanico anche un rumore decisamente più meccanico di quello delle prime auto e motociclette.

Con i primi anni Venti, e con lo svilupparsi in Italia di un’industria aeronautica (uno dei pionieri del volo, Gianni Caproni, aveva studiato a Rovereto, con Depero…) per la quale l’Italia diviene una delle potenze mondiali, il Futurismo, e lo stesso Baldessari, non poteva rimanere immune da questo nuovo fascino della velocità: quella aerea. Così Baldessari si lascia alle spalle treni, auto e moto e si riscopre aeropittore.

Il dinamismo futurista, ovvero l’analisi del movimento, la simultaneità del gesto, ma non solo. Parlando di Futurismo il dinamismo si associa anche all’idolatria della macchina. Marinetti, appunto esclamava che «un automobile lanciato in corsa è più ‘bello’ della Vittoria di Samotracia», dove, come si vede, l’automobile era declinato al maschile, in quanto si riteneva che ‘l’ardire e l’ebbrezza della velocità’ fossero faccende del tutto virili, quindi per soli uomini.

E’ un tema, quello della velocità, soprattutto, ma anche della simultaneità (ad essa correlata) che affascina Baldessari il quale vi si applica con intensità e studia il dinamismo e la visione simultanea a più latitudini, vale a dire non tanto e non solo quelle ovvie, com’è appunto il caso della velocità di un’auto, di un treno o di una bicicletta, ma anche in situazioni impensabili, come ad esempio nel lavoro, con il “movimento” dell’arrotino, oppure andando ad inventarsi il dinamismo della “raccolta delle olive”, appunto generato dallo scuotere dei rami dell’ulivo, o, ancora, si volge al dinamismo dell’azione scenica del circo o a quello del turbinio di un ballo. Ma l’aspetto del dinamismo qui contemplato è propriamente quello correlato alla macchina, in quanto oggetto meccanico, oggetto fatto di ingranaggi e, nella fattispecie, rumoroso.  E questa è, forse, la discriminante per poter comprendere come mai Baldessari abbia dedicato pochissime opere ad automobili e motociclette, ed invece così tante a tram e treni. Si può pensare che Baldessari abbia condiviso in pieno le teorie che Luigi Russolo aveva espresso nel suo manifesto L’arte dei rumori, del 1913, laddove affermava che la colonna sonora del futuro non poteva che essere quella di una civiltà meccanica, dove anche «l’evoluzione della musica è parallela al moltiplicarsi delle macchine». E sempre nello stesso anno, Carlo Carrà aveva firmato il manifesto La pittura dei suoni, rumori e odori, nel quale dava innumerevoli istruzioni operative del come affrontare con l’arte la ‘nuova civiltà delle macchine’.

Per tutto questo, Baldessari si sente più attirato dal treno (che tra l’altro usa spesso) perché appunto unisce all’aspetto meccanico anche un rumore decisamente più meccanico di quello delle prime auto e motociclette.

Con i primi anni Venti, e con lo svilupparsi in Italia di un’industria aeronautica (uno dei pionieri del volo, Gianni Caproni, aveva studiato a Rovereto, con Depero…) per la quale l’Italia diviene una delle potenze mondiali, il Futurismo, e lo stesso Baldessari, non poteva rimanere immune da questo nuovo fascino della velocità: quella aerea. Così Baldessari si lascia alle spalle treni, auto e moto e si riscopre aeropittore.

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